Otherwise

L’urgenza di scrivere mi porta via questa mattina dalle pulizie di casa, e dal “riorganizzo” della mobilia che di tanto in tanto mi viene da fare.
Ero ragazzina e detestavo mia madre che ogni tre mesi cambiava l’ordine dei mobili, e quando non arrivava ai mobili, spostava la posizione delle cose nei cassetti (così, se cercavi le forbici, rischiavi di trovare i tovaglioli, e viceversa)…sto facendo lo stesso! Sintomo di senilità precoce? Credo semplicemente di aver bisogno di un posto davvero mio, che diventi stabile e in qualche modo “fermo”, come piace a me.

In questi giorni Torino è assalita da una febbre strana chiamata “jazz”, e non mi stupirei, uscendo da casa, di vedere la banda di Scat Cat che passa sotto i portici di via Po seguita dai tre micini che sputacchiando cantano “Tutti quanti voglion fare il jazz, perchè resister non si può….” La gente è strana… ma ieri sera c’era un’allegria “buona” per strada. Ben venga.

Mentre scrivo Filippo Tirincanti mi tiene compagnia, purtroppo solo attraverso le casse dello stereo. E’ da ascoltare. Scalda. E sarà che l’ho conosciuto di persona e ci ho lavorato un po’, ma riesco a “gustarmelo” ancora meglio. Ci torni a trovare, quest’anno, Filippo? Dai!

Ne approfitto per riempire la stanza di un buon odore di caffè che fa sembrare questo posto dove vivo un po’ più “casa”, dove anche Potty oggi sembra stare un po’ più tranquilla del solito. Cosa non fa la buona musica…Grazie Filo!

Ieri qualche km con Duchessa per andare in Val Pellice. Nulla a che vedere con mercoledì, chiaro, ma la sensazione di conoscerci meglio è rimasta.
Rapida visita ad una fiera di paese che sa di fiori e tradizioni, come promesso al babbo.

Giusto il tempo di rivedere un paio di amici di vecchia, vecchissima data. E ogni volta mi fa lo stesso effetto un po’ “devastante”.
Le stesse facce, più o meno, che avevano (e probabilmente che avevo pure io…) con il grembiulino nero della scuola elementare, lo stesso sorriso pulito, la stessa allegria.
Solo, parecchi anni in più, e un paio di creature con meravigliosi riccioli biondi che scorrazzano tutt’intorno.
Non riesco a non pensare come sarebbe stata la mia vita, se fossi rimasta. Se avessi messo radici in quel posto dove per tanto tempo ho vissuto. Sono una dei pochi che hanno lasciato la tranquillità di un paese di mezza montagna per vivere a Torino.
Ogni volta mi assale la strana sensazione che quella scelta sarebbe stata quella “giusta”, quella buona che ti fa sentire in pace con te stessa. Quella che ti fa seguire i sentieri tracciati, le abitudini di tutti, la messa alla domenica, le facce conosciute che incroci immancabilmente per le stradine strette del paesetto di 6000 anime, la partita di hockey al giovedì sera. Tutti i giovedì sera.

Ma le scelte sono state altre. La vita mi ha portato altrove, e temo non avrebbe potuto essere diverso. Bivi, corsi e ricorsi, facce, gente. Tutto ha tramato e concorso per fare di me quello che sono ora, come tutti d’altronde.
Solo…mi sembra che loro siano in qualche modo “arrivati” ad un punto. Che abbiano raggiunto un obiettivo.
“La vita è quello che ti accade mentre stai facendo altri progetti”, ha detto qualcuno. Ci sta. L’importante è rendersene conto in tempo.

Potty si è messa a mordicchiare il bastone per lavare in terra, ricordandomi che devo finire il riassetto. Fra poco comincia maggio. Prepariamoci Belva…

 

 

Voglia di…

Lo vogliamo ammettere francamente? Non ho più il fisico… euff….

Credo che la patente di lunedì, i 317 km di mercoledì, il concerto di ieri sera e la marea di lavoro di questa settimana mi abbiano effettivamente “stancata” un pochino…
Venerdì sera tranquillo, questo. Ce n’è di bisogno.
Belva mi dorme e russa sulle gambe, a rubar spazio alla Mela su cui scrivo.

Un sacco di pensieri questa settimana, alcune decisioni importanti messe lì a maturare un po’. E tante cose fatte, accompagnate sicuramente da tante altre dimenticate per strada…
Mi sembra passato un secolo da quando lunedì mattina la sveglia mi ha ricordato che avevo un “impegno importante”. Le cose da fare e i giorni si sono inseguiti uno dopo l’altro, anche se con fatica, da allora.

E dopo tutti questi giorni, cose, sensazioni belle e brutte, paure, sforzi e sfide, ho tanta, tanta, tanta voglia di…. cose tenere!
ESATTAMENTE come questa:

Davvero non serviva niente di meglio per farmi scendere una lacrima…piccola, veloce, al gusto di nostalgia.
Un abbraccio grande, a tutti i Piccettini di questo mondo. Orsodossi e non.
dt

317

…tanti i km fatti oggi con Duchessa. E mi sono accorta che ci sono viaggi, non importa quanto lunghi, né quanto distanti, che ti cambiano, anche solo per piccoli particolari. Ma lo fanno. Oggi, ad esempio.

Non che la piccola abbia facilitato le cose. Per partire, io e il mio angelo custode di nome Nino abbiamo dovuto smontare le candele, e dargli una bella asciugata (e ne ho imparata una nuova…) perchè la signorina aveva deciso che di oggi non se ne faceva nulla. Partenza ritardata di tre quarti d’ora, ma fa niente. Non avevamo fretta.

Strada conosciuta, vecchi ricordi e neanche tutti belli, che abbiamo esorcizzato io e lei insieme. Facendo quello che volevamo fare. Dritte fino a Sommariva del Bosco, e tappa obbligatoria al Bar di Strumia, che è un’istituzione. Caffè rapido, e rotta verso Dogliani, via Bra.
Da Dogliani un paio di tornanti che ricordavo un po’ faticosi, ma fatti. Via anche questi. Da qui Murazzano – Montezemolo, una ventina di km di curve e panorami che fan stare bene, mettono serenità.
Tappa al Bar dei 4 venti (e potevo non fermarmi??) con relativa focaccia (vero, buonissima….grazie del consiglio…). Poi, discesa verso Savona, sul Cadibona, e di filato fino in quel di Spotorno, vento permettendo. Ma al mare ci siamo arrivate, come da obiettivo prefissato!


Freddo preso: tanto. Un cappuccio veloce, e due passi sulla spiaggia. Dove ho recuperato un “ricordo”. Rimarrà nella giacca, insieme alla piccola “Duchessa” portafortuna, che oggi era con me.

 

Ritorno per la stessa via, ri-tappa ai 4 venti per un caffè, con le curve che questa volta scivolano molto meglio di prima. Rientro a casa con i muscoli del collo che necessiterebbero di un po’ di coccole, ma ci sta! Bottino, 317 km di strada in più.

Come dicevo, ci sono viaggi che aiutano a capire cose. A me oggi è successo.

Ho capito che l’equazione “Più curve fai, meglio ti vengono. Meglio ti vengono più ne faresti.” è assolutamente vera. All’andata un po’ di esitazione, al ritorno molta meno e tanta più soddisfazione. Tanta ;). E domani rifarei tutto daccapo! Solo, con un po’ più di sole…

Ho capito che se sei una donna, sola, ti fermi, e scendi da un Ducati, sola ci rimani per poco. Almeno per il pranzo. 🙂 Dialogo tra avventori: “Ma tu sei quello che ho sorpassato prima?” “Mmm, credo di sì…”. “Sì, il Ducati è quello. Ma sei una donna”. “A quanto pare….” “Non sembravi una donna, da come venivi giù…” ” E invece….” . Soddisfazioni, piccole, ma soddisfazioni!

Ho capito che c’è un momento in cui smetti di voler essere qualcosa, e cominci ad esserlo per davvero, almeno un po’. E devi deciderlo tu quel momento, come e quando. A me è successo. E qualcosa è cambiato sul serio. Più tranquillità, più piacere nel fare le cose, più sintonia con Duky. Lei ora è mia per davvero. Strano aver dovuto aspettare oggi. Ma forse dovevamo passare così tanto tempo tutto insieme, solo io e lei. Era il “mio modo” di arrivarci. Ci sono arrivata. Ampio margine di miglioramento, ma va bene così…

Ho infine capito che ci sono passioni che ti “rapiscono” in qualche modo, ma che neanche queste passioni possono cancellare la mancanza di qualcuno di davvero speciale. Possono coprirti le spalle per un po’, come un golf caldo, ma non mandano via il freddo che senti dentro. Quello no. Lui rimane lì…

Grazie Duky per la bella giornata. Avevo promesso di trattarti bene, credo di averlo fatto! A quando il prossimo giro?
Buon riposo.
darktrilly.

 

…sognando curve…

Me l’ha detto, Duchessa, che questa notte sognerà le curve di domani.

Abbiamo voglia io e lei di stare un po’ insieme al sole, con tranquillità e senza nessuna fretta. E sarà così.

Allora buona notte Duky…prometto di trattarti come meriti.

E buona notte anche alla “nostra” bellissima farfalla… Ci piacerebbe tu fossi con noi domani, con il tuo splendido Samurai. Siamo sicure sarebbe davvero un sogno.

Una piccola carezza delicata alle tue ali.

…e patente sia!

….ebbene sì. Ce l’ho fatta. Dopo un tot. di impegno, paure, crisi, anche soddisfazioni e molta pazienza da parte del mio istruttore, oggi ho chiuso con la scuola guida, e ho preso la patente A3: cilindrata 600 cc. per motocicli. E adesso “dormite preoccupati”!
Un doveroso “grazie” a tutti quelli che mi hanno aiutata, in questa avventura, e han fatto di tutto per incoraggiarmi, sostenermi e farmi passare le paure più infondate, sfidando freddo e strade “umidicce”…
Anche grazie a loro, ora Duchessa non ha più un “mezzo motociclista” in sella, ma almeno un “trequarti”, per lo meno dotato di tesserina plastificata che attesta che posso portarla a spasso. Non rimane che “imparare” il restante quarto, per davvero, ma quello arriverà con la pratica, i km e tanta tanta voglia di andare a spasso, io e lei.
Sperando nel bel tempo di mercoledì, magari nella compagnia di Lilith e Jimmy, o anche in solitaria, chissà, giusto per ricominciare…

Intanto questa sera abbiamo festeggiato! Era ora… (Anche la belva è scatenata… corre come una pazza per casa, divano – letto – divano – festeggiando con me l’avvenuta conquista.)
Intanto grazie Sara, per esserci stata. Senza di te non sarebbe stato un brindisi come si deve (…anche per la tua comprensione, la tua esperienza, la tua voglia di essere lì e di ascoltarmi… sei preziosa…se non ci fossi, toccherebbe davvero inventarti…).
Per dirla tutta, i due Negroni che ho amabilmente ingollato tra una chiacchiera e l’altra hanno fatto il loro mestiere. Saranno le tre ore e mezza di sonno di questa notte, la tensione che si sta scaricando pian piano, l’acool e la riunione fiume di qs pomeriggio, ma adesso mi sento le gambe liquide, la testa leggera e tanta voglia di chiudere gli occhi e dormire per almeno tre ere geologiche.

Invece domani si ricomincia, tubino d’ordinanza, tacco 12 e via a passi lunghi e ben distesi. Euff……
Ci sta. Va bene così. Mercoledì è vicino, tutto sommato.
Nell’attesa mi rifugio sotto le coperte, con un sorriso soddisfatto modello Stregatto, che piano piano svanisce nel buio… Vorrei come premio un abbraccio caldo, o la carezza delle ali di una farfalla… Cercherò di sognarli, per sentirli più vicini…

 

 

Lettera ad un uomo.

Avevo su per giù 7 anni, ricordi?
Ti vedevo una sera a settimana allora, e all’uscita da scuola, insieme ad un abbraccio, avevo diritto ad un pezzo di focaccia e ad un ovetto Kinder, e il regalo di montare insieme la sua sorpresa. Dormivo nel lettone con te, quelle notti, ed era la giornata più bella della settimana. Eri, per me, l’uomo più speciale del mondo, con una macchina bellissima, un lavoro bellissimo, e un sacco di amici simpatici.

Mi hai seduta sulle tue gambe uno di quei martedì, dopo cena, e mi hai spiegato che eri felice perchè ci sarebbe stato qualcuno di nuovo nella tua vita, e che sarebbe stato necessario, da lì in poi, che io mi trasferissi sul divano, quando ero da te. Niente più lettone, ma  avremmo potuto continuare a stare insieme. Ero più piccola di ora (…pare impossibile…), con i capelli molto più biondi, ma con gli stessi occhi, e la stessa stupida fossetta che usciva sulla guancia quando sorridevo, esattamente come adesso.
Ti ho guardato, ho sbirciato il divano e poi ti ho detto, con l’arguzia che solo i bambini riescono ad avere in certe situazioni, che il divano sarebbe stato comodissimo…come essere in campeggio. E ti ho sorriso.
Mai comprensione si è rivelata più dannosa, per me.
In capo a due anni, non ho più visto il divano, e non ho più avuto diritto alla focaccia, all’ovetto e, soprattutto, alla tua presenza, per la gelosia di una donna bambina che voleva sostituirmi giocando il ruolo di compagna e di figlia.

Sono cresciuta lo stesso, con assenze pesanti, e desideri mai realizzati. Ma sono cresciuta, senza mai farti vedere le mie lacrime stupite quando non c’eri per il mio compleanno, o i miei saggi di ginnastica, o le mie partite di campionato. Tutto è passato, come sempre passa la vita. Un giorno dopo l’altro. 30 anni, circa.

Oggi lo hai rifatto. Hai chiesto nuovamente, ad una donna ora, ma forse dentro ancora alla stessa bimba, di affrancarti dal peso di scelte che hai fatto in passato. Mi hai detto che la tua malattia è una “colpa”, una punizione per come ti sei comportato in vita.
E nuovamente, ho capito, e ti ho detto quello che avevi bisogno di sentirti dire. Che tu avevi fatto le tue scelte secondo quello che era meglio per te, che la vita te le aveva già chieste in pegno, e che non esisteva una malattia “punizione”. Era “solo” una malattia, un caso. L’ennesimo numero di una statistica che sfortunatamente aveva toccato te. Mi hai chiesto, senza chiedere, di perdonarti. Ti ho detto che non ce n’era bisogno. Ho capito e te l’ho detto, come 30 anni prima.
Anche in questo caso, abbiamo “lavorato” insieme perchè la tua vita potesse continuare come meglio speravi; l’abbiamo buttata giù insieme a spallate, questa porta. Io ti ho regalato la mia forza, il mio sorriso, il mio appetito, il mio tempo, le bugie di chi sapeva tutto, e piangeva in silenzio. Tu sei stato forte, hai resistito.

E proprio in questo momento, in cui avrei bisogno di qualcuno che mi abbracciasse e mi dicesse: “Andrà tutto bene, sarai felice anche tu prima o poi!”, hai chiesto nuovamente di essere io padre e tu figlia. Non lo potevi sapere.
E’ andata bene così. Ti ho visto sollevato, più sereno, stranamente sorridevi, non lo fai quasi mai.

Tornando a casa ho pianto, papà. Ma ovviamente, neanche questa volta lo saprai. Ti abbraccio lo stesso. Come sempre
Tua,
D.

Un sabato.

Non ci puoi fare proprio niente.
Vedi i nuvoloni da distante, sai che sta per arrivare, ma fai finta di nulla. E te ne stai lì seduto al tavolino, guardandoti intorno e fingendo indifferenza, bevendo la tua limonata e cercando di sviare i pensieri.

Solo che poi i primi goccioloni cominciano a cadere. E non lasciano scampo.
E’ così che adesso Torino si ritrova sotto il suo temporale quotidiano, con l’odore di ozono che sale a pizzicare il naso e la gente che corre per ripararsi sotto i portici.

Ma è stata una giornata finalmente di sole, oggi. Forte e luminoso.
Solitamente mi riparo dietro gli occhiali scuri. Un po’ per proteggermi dalla luce, un po’ per nascondere la faccia alla gente.
Oggi ho voluto lasciarli scoperti. Ho voluto sentire dopo un bel po’ di tempo il dolore leggero che arriva quando la luce mi batte contro. E sono diventati quasi trasparenti, gli occhi, quasi senza segreti.
Scientemente, mi sono lasciata attraversare dalla luce e dal caldo dei raggi che arrivavano, a sentirmi un po’ più viva, senza protezione, senza scudo.
Mi ha fatto del bene il sole, ha fatto evaporare l’acqua che ho accumulato in questi ultimi giorni.

Per esigenze “di copione” Duchessa è rimasta a nanna, e ci rimarrà ancora un paio di giorni, non di più, speriamo… Ma le ho promesso che se tutto va come previsto, mercoledì staremo insieme almeno un po’. Io e lei.
E adesso ne avrei proprio bisogno. Avrei tanta voglia di portarla al mare, la piccola. Troppo tempo che non lo vedo, neanche io. Mi farei coccolare volentieri dall’odore del salino e dal rumore della risacca leggera sulla spiaggia. Vedremo.

Ho ripreso in mano un libro oggi, già letto tante volte, ma troppo intenso per lasciarlo da parte in questo momento. Ho aperto una pagina a caso; è uscita questa frase:
“Perché c’era qualcosa, tra quei due, qualcosa che in verità doveva essere un segreto, o qualcosa di simile. Così era difficile capire ciò che si dicevano e come vivevano, e com’erano. Ci si sarebbe potuti sfarinare il cervello a cercar di dare un senso a certi loro gesti. E ci si poteva chiedere perché per anni e anni. L’unica cosa che spesso risultava evidente, anzi quasi sempre, e forse per sempre, l’unica cosa era che in quel che facevano e in quello che dicevano e in quello che erano c’era qualcosa – per così dire – di bello.”
Avrei voluto fermarli i pensieri che sono venuti dopo, per proteggermi. Non sono riuscita.