Per Trilly

Semmai ti venisse in mente di non vivere, di tornare indietro, di avere paura dei sogni, di pentirti dei tuoi sentimenti, di non volerci provare, di qualsiasi cosa si stia parlando. Rileggila ogni tanto.
Per te Trilly, e solo tu sai davvero quanto ne hai bisogno. Giusto adesso.

 

Chi muore ? (Quien muere ?)

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi fa della televisione il suo guru.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivi
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

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L’ospedale di Duky

Selciato bagnato e caino… Duky è rimasta sotto il telo un giorno, a riposare un po’ le ferite riportate domenica nella caduta. Ne aveva bisogno, e io anche. Però il vederla ridotta così non mi piace. Proprio per nulla. Le ho promesso che l’avrei fatta sistemare al più presto e così deve essere.

E’ stata una mattinata davvero dura oggi. Comunicazioni ufficiali che dovevano essere fatte, preludio di saluti che saranno anche difficili, e discorsi “ufficiosi” anche più impegnativi e carichi di qualcosa che posso chiamare tranquillamente sofferenza. Ho bisogno di scappare. E porto Duky dal dottore.

“Pronto Marco…ho fatto un guaio con la moto. Mi puoi aiutare oggi pomeriggio?”
“Dai testa, vieni su che vediamo cosa si può fare”.
Non me lo faccio ripetere due  volte e con Duky “salgo” in valle, alla sua vecchia casa. Marco mi aspetta, pronto per ricoverare Duchessa in “ospedale”. Arrivo, lui mi sorride anche un po’ divertito e mi fa: “Ma cosa mi hai combinato?” Eh, cosa ti ho combinato…

Il danno non è così grande: una pedalina spezzata e la leva del freno piegata. Seguo Marco che carica la piccola sul ponte, e piano la solleva. Poi infila i guanti (…come un chirurgo…siamo in ospedale o no?) e con le sue mani esperte comincia a lavorarci su. Pochi minuti e la pedalina è sostituita. Abbassa il ponte per passare alla leva del freno, cercando di raddrizzarla, ma non ne vuole sapere. La sostituisce con una di recupero, in attesa che arrivi il pezzo.

 

 

Intervento quasi terminato. “Dai, così venite a trovarmi dinuovo. Appena arriva la leva ti chiamo.” Poi tira fuori un pennarello nero, per i ritocchi sulla leva della frizione.  “A questa mettiamo un cerotto, invece!”, usando un metodo che Ducky in realtà già conosceva, che mani care le avevano riservato…
Ancora un piccolo controllo allo stop e Duchessa è come nuova. Io mi sento più sollevata, ora che l’ho riportata al suo splendore. E’ come se mi fossi “curata” un po’ anche io.

Marco mi accompagna al parcheggio, aspetta che salga in moto poi mi guarda un po’ di storto, mi sorride sornione e   mi fa: “Ah, una cosa… attenzione che il pavè bagnato è scivoloso…” e si mette a ridere.
E me l’avessi detto prima, dottor Marco… Ci salutiamo promettendoci di rivederci solo per un saluto e un caffè, e non più per un intervento, che è meglio… Una carezza a te, dottore, che ci hai aiutato a stare un po’ meglio.

Riprendo la strada di casa, con più calma che all’andata. Voglio riprendere confidenza con la piccola, e far passare ancora un po’ le ombre che ho dentro.

Questa sera si lavora, per recuperare il tempo speso oggi. Ora Duchessa è tranquilla sotto il suo telo, pronta per domani.
Vorrei poter essere tranquilla come lei. E invece faccio difficoltà, avvolta in mille pensieri.
Penso alle decisioni prese, e a quanto cambierà la mia vita tra poco. Penso alla mia farfalla, a quanto vorrei averla qui per poter stare bene insieme, e a quanto invece sia così difficile in questo momento poterle essere vicina. Penso ai suoi colori, che avrei voluto veder brillare presto.  E penso che farei davvero di tutto per poter essere felice insieme a lei.
Buon riposo. Oggi volare è stato davvero faticoso. Parola di libellula.

Enne

N come Non era cosa di stare a casa questa mattina. La mezza promessa di andare a trovare Belva in vacanza in montagna la trasformiamo in realtà, dopo la nottata un po’ grigia appena trascorsa. Io e Duchessa in solitaria questa volta fino a Bardonecchia. Quasi nessuno per strada, eccezion fatta per qualche “amico di ruota” e un paio di curve che, forse anche grazie al giro di ieri, mi sembrano “divertenti”. Il tempo di mettere la moto in garage e comincia a diluviare. Fantastico.

N come Niente più che un temporale di montagna, che ci permette dopo pranzo di andare a fare una gita fino a Nevache, che è un posto meraviglioso, dove tante volte sono stata ma in cui torno quando sento di aver bisogno di coccole. Un paesino stupendo piccolo e rilassante poco dopo il confine francese. Vorrò andare lì, quando sarà ora di fermare i motori, a trascorrere la giornata leggendo e guardando le nuvole cariche come panna montata, coltivando un sacco di fiori e  ammirando la porta quattrocentesca della piccola chiesetta in pietra, con le sue figurine, un po’ consumate ormai, ma ancora così cariche di fascino. Non riesco a non pensare a quanta gente hanno visto passare quelle testoline di legno, quanta vita, quanti sorrisi e quante lacrime. Il tempo di un thé e di una meravigliosa “fasseille avec myrtilles” che ho gustato davvero fino in fondo (…ah, questi francesi…), e via per due passi con Belva, che corre in mezzo ai prati felice di essere all’aria aperta. Si sfoga povera piccola, annusando tutti gli odori del mondo che il suo spazio quotidiano non le regala, e fermandosi a puntare come un cane serio (…lei ci crede…) un gregge di pecore che pascola beato nel recinto.

N come Narcisi selvatici. Un prato intero, stupendo. Ed è raro vederne così tanti insieme. Mi hanno regalato un po’ di serenità, con il loro profumo.

N come Nonni, dove mi sono fermata al ritorno. La deviazione è davvero breve, e mi mancano tanto. In cambio della visita, una coppa di gelato alle fragole “home made”, con il gusto in più di essere fatto con le fragolette coltivate dalla nonna essa medesima! Aveva un orgoglio negli occhi… potevo non assaggiarlo, questo ben di Dio?

N come Non poteva lasciarmi in pace la pioggia, vero? Appena entrata in Torino, ecco il solito temporale che mi aspetta. L’avrei evitato davvero volentieri…

…e infine N come Non avrei voluto finire così il week-end. E’ andato pressochè tutto bene fino a qui. E invece l’asfalto viscido ci ha tratte in inganno, a me e Duky. L’abbiamo visto davvero troppo da vicino, dopo una curva andata male. La piccola si è ferita, questa volta. Io me ne accorgerò domani. Mi dispiace Duky, non volevo. Prometto che domani stesso ti porto a riparare. Tornerai come nuova.

N come Ne sono sicura.

…in tre è meglio!

Scrivo, sottoscrivo e confermo. E che non vengano strane idee.
Perchè sto parlando di giri in moto, finalmente non più solitari.

Venerdì, collega di darktrilly: “Andiamo a fare un giro in moto domani mattina?
darktrilly: “E come no! Dove andiamo? ”
collega: ” Casalborgone. Per arrivarci ci sono una decina di curve niente male. Lo dici tu al Samurai?”
darktrilly: “Naaaa, diglielo tu, tanto non verrà….”

E invece, per fortuna, il Samurai c’era. Così questa mattina, se i cilindri in giro per le colline del chierese erano 7, gli scilindrati erano 3, me e Duchessa comprese. E devo ammetterlo, prima di partire un po’ di ansia io e Duky l’avevamo. Un mese di patente appena, ci vogliamo bene io e lei, ma da lì ad arrivare all’esperienza dei nostri compagni di viaggio ne passava.  Invece è stata una mezza giornata stupenda.
Sole, nonostante il temporale parecchio impegnativo di ieri sera, caldo, un bel percorso fatto di curve (bravo Marco….) e una decisamente piacevole compagnia, che ha sopportato noi novelline e il nostro arrivar tardi… (vi voglio bene ragazzi per non avermelo fatto pesare…)
Duchessa ha viaggiato tutto il tempo con i fremiti addosso, a rimirare gli…ehm… scarichi affascinanti del suo Samurai, tanto che ogni tot dovevo tenerla buona, visto che sarebbe saltata a piè pari sulla sella del mostro dark che viaggiava insieme a noi. Era un sogno per lei, e si è realizzato. E vedere due Ducati felici di essere insieme è sempre uno spettacolo speciale.

Andata, pausa caffè (che è toccato a me: unica donna, la più vecchia dei tre e sicuramente la più imbranata… non potevo esimermi!), ritorno. Tre ore e mezza davvero belle, che hanno scaldato il fine settimana in maniera particolare.

E come ogni giornata che si rispetti, anche questa ha portato con sé un po’ di insegnamenti:
i) che il proverbio africano che recita “se vuoi andare veloce, vai da solo ma se vuoi andare lontano vai in compagnia” è assolutamente vero, e ci aggiungerei anche che in compagnia ci vai pure per divertirti, per imparare e per condividere che è una costante che vorrei avere nella mia vita. Anche solo per un caffè e un giro in moto, giacchè la solitudine proprio non mi si addice.

ii) che a volte se credi nelle cose con tutto te stesso (e con tutta la moto…)  – vuoi il destino, vuoi la forza del pensiero – quelle stesse cose si realizzano. Piove? Bene, domattina farà sole. Ha fatto sole. Tutto si può, più o meno. Basta volerlo. Ma volerlo davvero.

iii) che ci sono piccole “esperienze” come questa che non fanno altro che confermare sensazioni e sogni meravigliosi. Che vorresti aggiungere parole per far capire, per spiegare quanto hai dentro, per dimostrare cosa potrebbe essere. Ma alla fine forse giornate simili servono anche di più.

Ah… dimenticavo… io e Duchessa facciamo rumore? Fantastico!! Ne faremo sempre di più! Mettetevi al riparo, che arrivano “le ragazze”….

…di sere nere…

…un po’ come questa. E mi dispiace, non vorrei. Ma sono difficili da fermare.
Difficili da far passare. Le senti che arrivano, inquiete come un cavallo imbizzarrito.

Che non sai più cosa pensare. Che ti sembra di essere sospesa nel vuoto da almeno 5 anni, a testa in giù. Che ti rendi conto che è troppo tempo che non senti davvero la “tua” felicità, se non per brevi momenti che svaniscono troppo in fretta. E cerchi di tenerli lì, quei momenti, a scaldarti. Ma ogni volta sono più belli, e ogni volta fan più male quando se ne vanno.

Soprattutto, ti sembra che niente cambierà mai, che troppo tempo è passato da quando sei stata felice in quel modo tutto tuo, perché possa succedere ancora.

Sono stanca “dentro” questa sera. E sento una solitudine che da tanto cercavo di tenere indietro.
Mi rendo conto che sto vivendo le vite degli altri, cercando di godere dei loro sorrisi e delle loro soddisfazioni, per non perdere l’abitudine a riconoscerle…  Rubo gli sguardi di chi passa per strada, di anime che si sono trovate e che si tengono per mano (..questo davvero mi manca fin nelle ossa. Negato per troppo, per paura, per ritrosia, per poca voglia…), rubo i baci scambiati alla luce del sole, e le promesse fatte in un filo di voce.

Sento arrivare l’estate con la paura di dover gestire ancora giornate troppo fredde e pesanti conscia di non averne la forza, quando so di avere bisogno di sole, di caldo, e di serenità.

Non so dove trovare le risorse. So che devo provare ad essere positiva. Che devo vivere le mie giornate con il sorriso, pensare alle “mie” cicogne (ricordate la promessa, piccole…), credere di poter tornare a guardare un prato pieno di lucciole con l’allegria nel cuore e con una lacrima di felicità sulle guance….
Le lucciole arrivano a luglio. Spero di essere pronta.
PS: avrei voluto una foto con un prato di lucciole per farmi compagnia… mi mancano… ma ci sono cose che non possono essere spiegate attraverso le immagini di una macchina foto… sono troppo magiche, bisogna viverle…

dt

 


Un appuntamento.

La scusa è stata quella di vedere che tutto fosse a posto per domani. Il motivo, quello vero, è stato il riflesso della la voglia e della necessità di “scappare” anche solo per un paio d’ore, di ritornare in sintonia con la piccola Duchessa, di sentire di nuovo le sue vibrazioni sui polsi. E un appuntamento speciale.

Belva ha dormicchiato per tutto il pomeriggio al sole, sul balcone dell’ufficio, godendosi un po’ il caldo improvviso. Quasi le 19, ora di tornare a casa. Sotto i portici mi assale un pensiero improvviso…un’equazione che per forza di cose negli ultimi tempi non ha funzionato: sole + luce + caldo + tempo a disposizione = giro in moto.

Detto fatto. Lascio belva a casa, un po’ stranita dall’andamento della giornata, infilo un paio di jeans alla velocità della luce; prendo giubbotto e casco e corro a scoprire Duchessa.
Prima di metterla in moto faccio accomodare gentilmente all’uscita le tre famiglie di ranocchie che han preso domicilio negli scarichi della povera Duky. Con tutta la pioggia presa non mi stupirei che la piccola facesse i capricci per partire.
Stenta un po’, all’inizio, ma con qualche carezza, le solite promesse sussurrate piano e un po’ di aria tirata, dopo 5 minuti si lascia portare senza neanche troppi problemi.

Quando riesco a scappare ma non ho tanto tempo per me, ho sempre difficoltà a decidere dove andare. Questa volta no. Direzione Racconigi. Ho un appuntamento. La strada scorre veloce, non c’è troppo traffico, e quello che c’è lo passiamo senza problemi. Uscendo dalla città, l’aria diventa più fresca, e mi accorgo che anche i prati e gli alberi intorno ne stanno approfittando per scaricare l’acqua presa in questi giorni. Si alza un odore “buono” di terra bagnata e di erba fresca, che mi entra nelle ossa e mi fa stare bene. Lo respiro fino in fondo, perchè mi rimanga dentro per i momenti più difficili.

E’ tanto tempo che non vengo da queste parti, comunque troppo per ricordare l’arco delle montagne che si apre davanti agli occhi, avvicinandosi al paese. E’ uno spettacolo, riesco a scorrere  i 180° di cime innevate con un’occhiata rapida. Mi fa venire un po’ di nostalgia, ma non ho tempo di pensarci. Entrando in paese mi scopro a sperare di non essere venuta fino a qui per niente. Mi avvicino alla Reggia, e quasi con paura butto un occhio sui tetti.

E loro ci sono. Non mi hanno delusa. Sono lì, con le loro lunghe zampe, e i becchi eleganti, le “mie” cicogne.
Mi guardano dall’alto dei camini su cui hanno fatto i loro nidi, e chissà per quale strano motivo, mi sembra mi salutino, come se mi stessero aspettando. Ferma sulla piazza, le abbraccio con il pensiero. E con lo stesso pensiero chiedo loro di aiutarmi. Gli confido che ho un desiderio, che mi fa sognare, almeno quanto mi spaventa il fatto che possa svanire. E come una bambina glielo affido, quel desiderio, chiedendo loro un aiuto, una carezza con le loro piume affinchè  si avveri. In cambio una promessa, segreta, dolce. Gli lancio un ultimo sguardo, carico di affetto, risalgo su Duchessa e mi rimetto in strada, di ritorno.

La luce comincia a scendere rapidamente, e quando metto a nanna la piccola è già buio. Ho voglia di infilarmi sotto le coperte senza passare dal “via”. Sognare un po’, chiudere gli occhi e rilassarmi. Belva non sembra essere della stessa idea. Rimando a malincuore il momento di addormentarmi piano. Manca poco, arriverà.