Uninvited

…da quanto non ascoltavo questa canzone…forse uno dei primi CD originali acquistati.
L’ho consumata, questa traccia, in diversi momenti della mia vita. Ogni volta che mi sono sentita “scomoda”, in qualche modo nel posto sbagliato, al momento sbagliato.
Sensazione spiacevole, come quella di un sogno che tante volte mi è capitato di fare in quei momenti. Che è ritornato questa notte.
Nel sogno mi ritrovo in un “esterno” al freddo, deve essere inverno, con il naso schiacciato contro la vetrina di un ristorante a guardare i clienti che mangiano, gustandosi i loro piatti ricercati, i miei palmi delle mani appoggiati al vetro, i loro adagiati su tovaglie immacolate. La scena è quella di un caldo e lussuoso interno; le signore, tutte bellissime e affascinanti avvolte in vestiti meravigliosi, osservate dai loro uomini con sguardi amorevoli e così “maschili”, preludi di una nottata di passione vera.

Ma io fuori. A cercare un motivo per il quale fuori continuo a starci. Senza mai trovarlo, alla fine.

E quello che nel sogno mi rimane da fare (…euff…) è alzare il bavero del cappotto, già un po’ sgualcito dal tempo e dall’uso, e continuare a camminare. Sperando che prima o poi un piccolo tavolo a cui sedermi ci sia anche per me, con una sedia per allungare le gambe.
Già… Magari non così lussuoso…chi lo vuole? Ma un posto caldo, sicuro, un piano su cui calare le mie carte, e giocare una partita ben fatta. Finalmente mia.

Compleanni

A me il mio piace particolarmente, ormai si sa.
E’ un giorno “mio”, dedicato a me, speciale.
Ammetto che non per tutti debba essere valido. Ecco perchè non è stato facile convincere mia madre del fatto che il suo sarebbe stata una buona occasione per stare insieme.
Ma quando io e mia sorella ci mettiamo in testa qualcosa, è difficile che qualcuno ci fermi. Anche questa volta ha funzionato, ed è così che ci siamo trovati in 7 ieri sera intorno ad un tavolo, davanti ad una grigliata di tutto rispetto (questa nella foto è solo la tornata delle costine e delle verdure. Sono poi arrivati il pollo, la salsiccia e il pesce… non male per una ex-vegetariana….), condita da chianti e un sacco di risate, godute al fresco in campagna.

Anche la torta era speciale, soprattutto dopo il rimaneggiamento del piccolo Mikola sulle cifre di cioccolato…. (non che mia madre non fosse contenta, per carità!!!) Auguri mamma, con tutto il mio cuore.

E’ stata una bella serata, che mi ha anche regalato nuovamente un tappeto di lucciole tutto intorno alla casa. Mi ci sono di nuovo tuffata, come l’altra volta, ma con un po’ di nostalgia in più. Fra qualche settimana se ne andranno, e il mio sogno di inseguirle in compagnia temo non si realizzerà presto. Io e Belva siamo tornate a casa con tutte quelle lucine negli occhi, forse un po’ velati dalla voglia di essere finalmente felici.

Ma pare che di ricorrenza ce ne sia stata anche un’altra…
Buon compleanno Samurai. Io e Duchessa ti rendiamo onore, sognando di avere presto la possibilità di fare almeno qualche altro km insieme. Una carezza sui capelli sciolti, e un FRRRRRRRRR…… di emozione. 😉

 

…trasloco…

…già. Si cambia.

Sto cercando di spostare gli appunti di Trilly su un altro “quaderno”. Più colorato, più flessibile (…non me ne voglia il signor WordPress), meno “a pagamento”.
Per ora ci stiamo lavorando, ma un nuovo indirizzo arriverà presto. Spero di non perdere nessuno per strada.
Belva approva, anche se povera, sta nuovamente poco bene e non potrà aiutarmi a spostare scatoloni.
Si accuccia vicino a me, sul pavimento fresco, a distendere la sua povera schiena e a rinfrescare il pancino.
Siamo uscite prima, io e lei, per la solita passeggiata “pipìpopò”, e faceva la fatica improba che fa ogni volta che sta male.
Posso fare proprio poco per lei, se non carezzarle la testa ogni tanto, per farla sentire coccolata. E mi viene da piangere a vederla soffrire così.

Giornata impegnativa, questa, passata a tenere a bada circa 18.000 casini di lavoro (e non è una cifra a caso…) e soci variamente (e anche giustamente, ci manca…) preoccupati. Credo che presto di trasloco più importante ce ne sarà un altro, non appena trovata una sede più adeguata. Si sa, i momenti di assestamento ci vogliono, e forse è arrivato il nostro. Dunque, si ricomincia il ballo, anche da quella parte lì.

Se conto i traslochi fatti nella mia vita mi prende un neanche troppo vago senso di nausea. Ho cambiato 16 volte casa, da quando sono nata.
16 posti, per circa 8 diverse città, per non so quanti scatoloni montati e smontati. Non mi stupisco che ogni volta il desiderio di “casa vera” mi assalga un po’ più forte. Ammesso che sia in grado di trovarla…

Se dovessi rifare i bagagli adesso troverei un paio di scatoloni in più da portare. Su uno c’è scritto “sogni e desideri” e l’ho riempito con  tutte le speranze che ho collezionato in 10 mesi – ormai – di vita in questa casa. Di cose belle lì dentro ce ne sono tantissime,per cui essere grata. C’è anche uno scrigno prezioso in quello scatolone, arrotolato nella carta velina, quella che si usa per i pacchetti “speciali”. Ho quasi timore a guardarci dentro, perchè le sensazioni e le speranze che stanno lì sono così forti che rischiano di fare male per la loro bellezza.

L’altro scatolone riporta l’etichetta “paure”. Chi avesse il coraggio di sbirciare tra i lembi della scatola, ci vedrebbe dei foglietti sgualciti e sbiaditi, i timori “vecchi”, passati e già conquistati, quelli che tieni da parte per ricordarti di quanto tu possa essere stata forte, brava o anche solo fortunata. Ma tra questi salterebbero agli occhi dei fogli appallottolati, belli accesi, invece. Non sono così tanti, ma tra questi sicuramente trova posto la paura di ferire chi amo, e quella di non avere risorse sufficienti per aiutare chi tra loro avesse bisogno.
E poi ce n’è uno più grande degli altri, di questi pallottoli. Ad aprirlo ci si troverebbe scritto sopra, in una calligrafia un po’ tremolante “Ho paura di non volare mai più con Peter Pan“. E questo, per Trilly, sarebbe davvero un gran guaio.

Colpi e salite

Ho sempre fatto sport da quando ho potuto scegliere autonomamente, e se la salute mi assiste continuerò a farlo fino al giorno prima di andarmene. Spero.
Per un buon periodo ho giocato a pallamano, disciplina che qualcuno considera poco femminile (mica vero, tra l’altro, se non provi a grattarti i gioielli di famiglia sotto la doccia guardando con sguardo lubrico le compagne di squadra…) ma che invece è molto interessante. Il mio ruolo era quello del pivot, kamikaze (o perfetto idiota) che passa 60 minuti a correre all’interno della difesa avversaria per riuscire ad intercettare quanti più palloni possibili e voltarsi davanti allo specchio della porta per tirare. I pro stavano nel divertimento assicurato, i contro nelle immancabili “mazzate” che i difensori non ti lesinavano. Mai.

Io per mia parte ero abbastanza piccola e veloce per riuscire a correre senza farmi fermare tra un difensore e l’altro, e sufficientemente attenta per riuscire a capire dove la palla sarebbe stata disponibile prima che ci arrivasse. Solo che ogni tanto l’attenzione, per forza di cose, mi abbandonava. Ed erano quelli i momenti più pericolosi. I muscoli addominali si lasciavano andare un poco, le braccia non erano più a difendersi dagli spintoni e il fianco era esposto. E immancabilmente arrivava.
C’era sempre una tra le ragazze dell’altra squadra, solitamente più grossa, alta e forse anche più cattiva di me, che se ne accorgeva. E a cui partiva la gomitata. Altezza stomaco. Nulla di personale, ma giusto per eliminare momentaneamente un elemento di disturbo. Me.
Il dolore era forte, e lo può capire solo chi di tali botte “a tradimento” ne ha prese per qualsivoglia motivo. Lo stomaco, appunto, si chiudeva di colpo, ma non così velocemente da impedire al gusto di sangue di salire fino in bocca.. E se il colpo era ben assestato, il male durava anche un paio di giorni.

Ho smesso dopo qualche anno, dopo essermi procurata un’ernia del disco e una lussazione al gomito sinistro (Forse poco femminile no, aggressivo magari sì, e le donne sanno essere aggressive come un branco di lupi affamati…si sa…) e da quel momento “botte” nello stomaco così non ne avevo più avute. Fino ad oggi.
Nulla di così fisico, per carità. Quantomeno non si vedrà il livido, da fuori. Ma dentro è difficile da ignorare.
E’ successo in quel momento in cui ti accorgi che le cose, non importa quali, cominciano forse ad andare meglio. Non osi dirlo a te stessa per paura di sbagliarti, ma lo senti, lo sai, ne hai le prove e ti crogioli in quella sorta di benessere che per tanto e tanto hai desiderato. Abbassi le difese, perchè è umano, e perchè lo devi a te e a chi ti sta vicino e che sta facendo qualcosa. Poi arriva la botta, ed è troppo forte da non sentire. E ti disperi, e fai l’amore nonostante tu non abbia neanche la forza di piangere, perchè come sempre lo vuoi con tutto il cuore, perchè vuoi sentire, vuoi provare a capire, perchè è un modo per trovarsi al di là di tutto. E speri, anche se tante volte l’hai fatto, che quello che hai sentito in quegli attimi sia vero, speri di non perderlo, speri non ti faccia più soffrire così perchè allora forse non sarebbe così “buono” per te e dovresti lasciarlo andare.

E ti accorgi che è un po’ come quando, camminando in montagna, hai quasi 8 ore di strada nelle gambe, e sai che stai marciando per arrivare in una specie di paradiso terrestre, che sai che c’è, e che ti eri fatta l’illusione di poter raggiungere. E ad un certo punto cominci a sentire l’aria rarefatta, senti la strada che dopo tanta salita si appiana un po’… cominci a pregustarti il riposo, stesa sull’erba fresca. Solo che ti sei sbagliata. Era un falso piano, e dietro l’ultima curva che fai quasi di corsa ti si para davanti un’altra salita. Che magari è come le altre, ma a te sembra la più dura, piena di sassi e di polvere. E ti senti mancare, non ce la fai più perchè, pensi, proprio non te l’aspettavi, e forse neanche la meritavi, che di strada ne avevi fatta già così tanta.

E allora, in un caso o nell’altro, non ti rimane che stare lì ad aspettare che il male passi, e che la salita finisca, perchè ormai la botta l’hai presa, e la fatica l’hai caricata nei muscoli. Rimane il dolore, e anche un po’ la rabbia con te stessa, per aver abbassato la guardia, per aver rilassato i nervi e i tendini, e aver pensato che eri quasi arrivata in cima. Perchè forse l’errore è stato proprio lì, di pensare di poterti meritare il riposo, Piccola illusa.

Il bagno di Belva

Dopo la giornata di “saldi” di ieri (grazie Sara…mai fatto uno shopping così bello…), e la serata tra star più o meno famose, un po’ di relax a dimensione umana ci voleva.

E’ tanto che non vedo i nonni, quindi mi concedo di svegliarmi senza l’odioso telefono, carico Belva e con la vecchia Abe andiamo su, con un preavviso di circa 20 minuti.
Zero problemi. Nonna, ad 85 anni, è la più rapida event planner che io conosca, e mi fa trovare il risotto alle fragole, che sa che adoro. “Ne ho raccolti 23 kg, di fragole dal mio orto, sai?” L’orgoglio sprizza da tutti i pori. A ragion veduta.
Mangiamo, e con piacere ritrovo i “miei nonni”, quelli soliti, con il sorriso e l’ironia vera, nonostante l’età, gli acciacchi e la vita mica facile vissuta con dignità.
Belva staziona sotto il tavolo aspettando che qualcosa caschi, e ogni tot litiga con la tenda della cucina, cercando di uscire sulla terrazza, ma avvoltolandocisi dentro ogni singola volta.

Dopo pranzo io e la nonna ci sediamo sul dondolo (che ha visto circa 30 anni di svariati nipoti saltellarci sopra, addormentarsi, rifugiarcisi imbronciati…sempre lui, sempre lo stesso, con tutta la pazienza di molle ormai consumate dal tempo…) per chiacchierare un po’ di noi. Con lei ci parlo bene, è facile condividere nonostante la differenza d’età. E mi dice cose sacrosante, grandi verità che ha costruito nei 50 anni che passano da me a lei,  regole che la vita le ha insegnato a viva forza e che aprono davvero il cuore.

Ci riposiamo, e dopo un po’, guardando Belva che sonnecchia ai nostri piedi, mi salta un’idea in testa. “Nonna, hai un asciugamano e un po’ di shampoo?” “Sì. Cosa vuoi fare?” “Sai, è tanto che non lavo il cane, e lì nel cortile c’è la pompa pronta…”
Detto, fatto. Le si accende la luce un po’ folle negli occhi, la stessa che la faceva correre da ragazzina in bici senza freni giù per le discese. “Vai, vai! All’inizio è anche calda, l’acqua… Il sole riscalda i tubi!”

Ecco… Belva non condivide il nostro entusiasmo, e in qualche strano modo capisce che si sta parlando di lei. Quatta quatta corre a nascondersi dietro la carriola, ma siamo inesorabili. Mia nonna toglie anche lei le ciabatte, e mi aiuta ad insaponare il cane (che è assolutamente ed apparentemente rassegnato…) e a sciacquarlo. L’operazione dura davvero poco, e non appena ci voltiamo per prendere il telo per asciugarla, la bestia, per vendetta, pensa bene di svicolare, e di fiondarsi in casa grondante d’acqua. Le scene da qui in poi avrebbero fatto impallidire Ridolini. Belva che si scuote e corre in casa scivolando sul pavimento con le zampe bagnate. Io, scalza, che corro dietro al cane e mia nonna, scalza pure lei, che non sa bene se piangere pensando al lago in casa, o se ridere per la situazione, e che mi insegue con il telo per catturare la fuggitiva. La fuga dura poco. L’essere belluino viene ricatturato e riportato a più miti consigli, imprigionato dal telo asciutto.

Ritorna la calma  e ne approfitto per fare un paio di scatti, ed immortalare il momento: l’umiliazione, la ripicca, lo scoramento della piccola Belva!


Un caffè veloce, per far compagnia al nonno che si rialza dal riposino (credo abbiamo fatto un po’ di “bordello” io e la nonna dietro a Belva…) e si ritorna a casa, con un animale incredibilmente profumato a fianco.

Poso Belva e prendo Duchessa. Ho voglia di guidare un po’, e l’occasione è un aperitivo veloce (si fa per dire… a 60 km di distanza…) con Jimmy (grazie per esserci sempre e sempre… con il cuore…) ed alcuni amici ritrovati dopo…ehm… dopo… bah, saranno 15 anni! Faticano a riconoscermi, ma stiamo bene per il poco tempo in cui chiacchieriamo.
Rientro a casa, con calma, respirando l’aria che si è fatta un po’ più fresca.
Dovrei stirare (sì…certo….) ma credo che domani sarà tutto più semplice. Forse…  😉

Innamoratevi…

…io sono così. E’ di questo che ho bisogno. E lo vorrei regalare a tutti….

 

Dilapidate la gioia!! Innamoratevi!!
Sperperate l’allegria, siate tristi e taciturni con esuberanza
fate soffiare in faccia alla gente la felicità….
INNAMORATEVI!!
Questo è quello che dovete fare: per trasmettere la felicità bisogna essere felici , e per trasmettere il dolore bisogna essere felici.
Siate felici, per essere felici dovete patire, stare male soffrire non abbiate paura di soffrire , tutto il mondo soffre.
E se non avete i mezzi non vi preoccupate tanto per fare poesia una sola cosa vi serve …tutto..

Innamoratevi!! Se non vi innamorate è tutto morto
Vi dovete innamorare che diventa tutto vivo, si muove tutto..
Dilapidate la gioia!!