Colpi e salite

Ho sempre fatto sport da quando ho potuto scegliere autonomamente, e se la salute mi assiste continuerò a farlo fino al giorno prima di andarmene. Spero.
Per un buon periodo ho giocato a pallamano, disciplina che qualcuno considera poco femminile (mica vero, tra l’altro, se non provi a grattarti i gioielli di famiglia sotto la doccia guardando con sguardo lubrico le compagne di squadra…) ma che invece è molto interessante. Il mio ruolo era quello del pivot, kamikaze (o perfetto idiota) che passa 60 minuti a correre all’interno della difesa avversaria per riuscire ad intercettare quanti più palloni possibili e voltarsi davanti allo specchio della porta per tirare. I pro stavano nel divertimento assicurato, i contro nelle immancabili “mazzate” che i difensori non ti lesinavano. Mai.

Io per mia parte ero abbastanza piccola e veloce per riuscire a correre senza farmi fermare tra un difensore e l’altro, e sufficientemente attenta per riuscire a capire dove la palla sarebbe stata disponibile prima che ci arrivasse. Solo che ogni tanto l’attenzione, per forza di cose, mi abbandonava. Ed erano quelli i momenti più pericolosi. I muscoli addominali si lasciavano andare un poco, le braccia non erano più a difendersi dagli spintoni e il fianco era esposto. E immancabilmente arrivava.
C’era sempre una tra le ragazze dell’altra squadra, solitamente più grossa, alta e forse anche più cattiva di me, che se ne accorgeva. E a cui partiva la gomitata. Altezza stomaco. Nulla di personale, ma giusto per eliminare momentaneamente un elemento di disturbo. Me.
Il dolore era forte, e lo può capire solo chi di tali botte “a tradimento” ne ha prese per qualsivoglia motivo. Lo stomaco, appunto, si chiudeva di colpo, ma non così velocemente da impedire al gusto di sangue di salire fino in bocca.. E se il colpo era ben assestato, il male durava anche un paio di giorni.

Ho smesso dopo qualche anno, dopo essermi procurata un’ernia del disco e una lussazione al gomito sinistro (Forse poco femminile no, aggressivo magari sì, e le donne sanno essere aggressive come un branco di lupi affamati…si sa…) e da quel momento “botte” nello stomaco così non ne avevo più avute. Fino ad oggi.
Nulla di così fisico, per carità. Quantomeno non si vedrà il livido, da fuori. Ma dentro è difficile da ignorare.
E’ successo in quel momento in cui ti accorgi che le cose, non importa quali, cominciano forse ad andare meglio. Non osi dirlo a te stessa per paura di sbagliarti, ma lo senti, lo sai, ne hai le prove e ti crogioli in quella sorta di benessere che per tanto e tanto hai desiderato. Abbassi le difese, perchè è umano, e perchè lo devi a te e a chi ti sta vicino e che sta facendo qualcosa. Poi arriva la botta, ed è troppo forte da non sentire. E ti disperi, e fai l’amore nonostante tu non abbia neanche la forza di piangere, perchè come sempre lo vuoi con tutto il cuore, perchè vuoi sentire, vuoi provare a capire, perchè è un modo per trovarsi al di là di tutto. E speri, anche se tante volte l’hai fatto, che quello che hai sentito in quegli attimi sia vero, speri di non perderlo, speri non ti faccia più soffrire così perchè allora forse non sarebbe così “buono” per te e dovresti lasciarlo andare.

E ti accorgi che è un po’ come quando, camminando in montagna, hai quasi 8 ore di strada nelle gambe, e sai che stai marciando per arrivare in una specie di paradiso terrestre, che sai che c’è, e che ti eri fatta l’illusione di poter raggiungere. E ad un certo punto cominci a sentire l’aria rarefatta, senti la strada che dopo tanta salita si appiana un po’… cominci a pregustarti il riposo, stesa sull’erba fresca. Solo che ti sei sbagliata. Era un falso piano, e dietro l’ultima curva che fai quasi di corsa ti si para davanti un’altra salita. Che magari è come le altre, ma a te sembra la più dura, piena di sassi e di polvere. E ti senti mancare, non ce la fai più perchè, pensi, proprio non te l’aspettavi, e forse neanche la meritavi, che di strada ne avevi fatta già così tanta.

E allora, in un caso o nell’altro, non ti rimane che stare lì ad aspettare che il male passi, e che la salita finisca, perchè ormai la botta l’hai presa, e la fatica l’hai caricata nei muscoli. Rimane il dolore, e anche un po’ la rabbia con te stessa, per aver abbassato la guardia, per aver rilassato i nervi e i tendini, e aver pensato che eri quasi arrivata in cima. Perchè forse l’errore è stato proprio lì, di pensare di poterti meritare il riposo, Piccola illusa.

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…dacci oggi il nostro “slavazzo” quotidiano…

Non può piovere per sempre…

Forse. Ma oggi è successo. Fuori e dentro.
Belva “affidata”, e giornata in moto fin dal mattino presto.
Che né il cuore né la testa mi permettevano di stare a casa. Non ce l’avrei fatta. Non oggi.
Duchessa non sembra aver gradito molto la pioggia di ieri. Neanche lei. Il primo km me lo fa fare “a capricci” dopo aver stentato l’avvio, e scoppietta che pare una bombarda.
Allora mi chino, le prometto piano cose che io e lei sappiamo, e si rimette in carreggiata.

Tutto bene, un bel po’ di km in più con la bimba, che oggi è stata moto, amica, antistress e anche un po’ Prozac. Un salto da Marco, la ex casa di Duky (e grazie Marco per la manutenzione e per averci ingrassato la catena!), il tempo di un saluto e poi a trovare un amico caro. Che sono contenta di aver rivisto sereno, in compagnia di una moglie meravigliosa e del piccolo Giorgio. Un regalo di vita stupendo, che due anime si sono fatte. Vi voglio bene, sono felice per la vostra felicità. Con il cuore.
Ah, dove ho anche recuperato un fantastico paio di stivali Axo come nuovi,di cui avevo bisogno. Meglio di così…Grazie Vivi.

Visita d’ordinanza da mamma e babbi vari, e guarda caso, quando è il momento di ripartire alla volta di un caffè con Jimmy… piove. Ma non è che piove, diluvia. Stile arca. Tempo di trasferimento 5 minuti. Risultato: pantaloni da strizzare, giacca più o meno anche, Duchessa fradicia e io…no comment.
Fa nulla, ci sta. Ci siamo asciugate nel frammezzo del caffè e sulla strada del ritorno, giusto in tempo per accorgerci che, appena finita la Val Pellice, il sole non aveva mai smesso di splendere (ovvio, no?)
Giornata motociclistica positiva, tutto sommato. Ora però è meglio che mi aggiusti la schiena, che io e Duchessa sui tornanti a gomito in salita abbiamo ancora da imparare… :O(

Domani si replica, lunedì si triplica, ma ho paura.
Paura che niente, neanche la mia preziosa amica, sia in grado di farmi passare il freddo che ho dentro. Di quello che non prendi in moto. Quello rimane lì, compagno indesiderato che porta con sé immagini e parole troppo difficili.
Non so se è vero, che non può piovere per sempre. Per ora diluvia, una tempesta tropicale che non accenna a smettere. Almeno, dolorosamente, dentro di me.

What I’ve felt, what I’ve known….

Presente quando in una perfetta tremenda giornata vi capita tra le mani la canzone adatta? Ecco. A me è successo oggi.  Su 64 Gb di musica che poteva passarmi tra le mani è arrivata lei, in un momento di dolore, forte e cattivo, ed è saltata su. E quando è così tocca arrendersi, ascoltare e piangere.

Ve la regalo.

 

“What I’ve felt
What I’ve known
Never shined through in what I’ve shown
Never be
Never see
Won’t see what might have been…”